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bio & philosophy15018 clicks
Il Napoletano
“... senti a me frocoleaténne.
(Ripensando all’espressione dialettale che gli è venuta alle labbra, socchiude gli occhi estasiato,
ripronunciando la parola per assaporare tutto il gusto che gliene viene, ogni qual volta può dimostrare
agli altri quale raffinato conoscitore egli sia di battute, frasi e motti partenopei)
Frocoleaténne!
Sentite, io credo che non ci sia al mondo nessun altro dialetto capace di poter esprimere qualsiasi sensazione e stato d’animo: frocoleaténne!...
come se il mondo si frantumasse in minutissime scaglie di mica...
Come se un’enorme torta millefoglie sparpagliasse felice le sue squame profumate alla vaniglia sulla tela di Penelope...
La parola ha in se stessa una miracolosa scala musicale, ricca di semitoni e bemolli.
Frocoleaténne!
(Traducendo in lingua) Lascia che il mondo caschi, non te ne dare per inteso...
(E conclude convinto) Io so’ pazzo p’’o dialetto nostro.”
Tratto dalla commedia Mia Famiglia (1955) di Eduardo De Filippo.

Raffaele: “... La leggenda vuole che una damigella, amate e riamata perdutamente da un grande di Spagna... se la rentenneva...”
Pasquale: “Come?”
Raffaele: “Se la rentenneva...”
Pasquale: “Se la intendeva? Tu dici se la rentenneva. Parla napoletano io ti capisco.”
Raffaele: “Insomma, comme se dice... se la faceva con un pallido e nobile cavaliere dai modi gentili e generoso di gesto.
Il grande di Spagna, Rodriguez Los De Rios, quando odorato che ebbe il fieto del miccio...”
Pasquale: “Mangiò la foglia, insomma... Ti ho pregato, parla napoletano, se tu italianizzi è peggio:
Io nun te capisco!”
Tratto dalla commedia Questi Fantasmi (1946) di Eduardo De Filippo

‘A lengua ‘e Pulecenella ha già dimostrato fin dal decennio scorso (come scriveva Luca Gricinella sulle pagine di ALIAS de IL MANIFESTO il 31/07/2004) di sposarsi egregiamente col rap e con i ritmi di provenienza giamaicana.
Il connubio rap/napoletano è, nei casi migliori, sempre riuscito e convincente.
Tutti i testi di ALEA sono esclusivamente in napoletano.
Questa più che una scelta è una necessità.
Non solo perché con la lingua madre, ovviamente, ci si riesce ad esprimere meglio, ma, anche perché il proposito dichiarato è quello di rivalutare un dialetto internazionalmente riconosciuto per le sue intrinseche qualità liriche e musicali.
E questo intento di rivalutazione parte da uno studio del napoletano dei tempi d’oro, quello di fine ottocento, inizio novecento (perfettamente comprensibile nel duemila, purché venga usato), quando Napoli diffondeva nel mondo il suo verbo attraverso la musica, la poesia e il teatro.

Ben prima, cioè, che l’avvento del mezzo televisivo di massa iniziasse a (per usare una felice espressione di Pier Paolo Pasolini) “…distruggere le realtà particolari…”,
ovvero a globalizzare la società partendo dalla lingua.
Questo sottile processo di imposizione della lingua italiana, attraverso il veicolo televisivo e il sistema educativo, è stato inesorabile e ha contribuito a peggiorare il napoletano di oggi parlato dai napoletani stessi, che – solo per citare una delle conseguenze solo apparentemente linguistiche – ha notevolmente ridotto il suo vocabolario ricorrendo troppo spesso a pessime italianizzazioni.
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