Nonostante Ghetto sia stato scritto nel 2001, allo scoccare dei diciotto anni di ALEA, il testo si caratterizza per una marcata maturità compositiva e per la sua forte attualità. Partendo dalla realtà particolare di Acerra, ALEA giunge a delineare uno scenario che sembra molto simile ad altre realtà disagiate e periferiche delle metropoli italiane e non solo. Il pezzo è dedicato a e scritto per “… chi cresce nei ghetti – nelle zone abbandonate a loro stesse – per chi sta sotto stress, per chi ogni giorno è sempre una scommessa…”. Nella canzone si parla sostanzialmente della mancanza di speranza nel futuro per le (più o meno) giovani generazioni dei quartieri popolari che patiscono l’abbandono totale del sistema statale e delle istituzioni e che hanno poche alternative: diventare affiliati ad un (altro) sistema occulto e parallelo, prestarsi al lavoro a nero, emigrare o restare disoccupati a vita. Il concetto-chiave della mancanza reale di prospettive positive, e del conseguente abbandonarsi al degrado, trova nel ritornello la sua sintesi. Un altro tema ben delineato in Ghetto è quello del grave deturpamento ambientale e dell’alto tasso di inquinamento della provincia a nord di Napoli. E’ nota la conflittualità, che si protrae ormai da anni, tra la popolazione di Acerra e le istituzioni sulla costruzione del famigerato inceneritore di rifiuti. Le amministrazioni vorrebbero situare l’oggetto del contendere proprio in Acerra, un territorio, che i cittadini ci tengono a ricordare, già altamente inquinato da altre industrie chimiche come la Montefibre e da numerose discariche abusive di rifiuti altamente tossici. ALEA così sintetizza in rima questa situazione: “… Nun cercà ‘e piglià suonno manco cchiù a notte, se respira sempe ‘a stess’aria cchiù sporca p’ ‘a Montefibbre e po’ ‘a fabbrica de l’osse: ce manca sulo l’inceneritore e stammo apposto!…” (“… Non cercare di addormentarti nemmeno più la notte, si respira sempre la stessa aria più sporca per la Montefibre e per la fabbrica delle ossa: ci manca solo l’inceneritore e stiamo a posto!…”). |